Come eravamo… ingenui, primitivi, umani come oggi ma con mezzi e conoscenze diversi?

Avevo promesso un post su Instagram dedicato alla sirena bicaudata, ma mi sono accorta che non mi sarebbe bastato 🙂

Questa donna-animale-simbolo fa parte del bestiario medievale, ovvero di quelle creature ibride, sospese tra il reale e il fantastico, mansuete oppure feroci che affollavano i capitelli, gli amboni, le pareti e le finestre degli edifici sacri di quell’epoca.

Teologi ed esegeti, i massimi esperti della religione cristiana considerati vere e proprie autorità, spesso guidavano con estrema minuzia il lavoro degli artisti che dovevano dar forma a queste figure che oggi chiamiamo “mostri”.

Lo facciamo per riferirci a qualcosa che è al di fuori dell’ordine naturale e per questo stupisce o spaventa. Nell’antica mitologia, nelle tradizioni religiose o popolari questo termine, che deriva dal latino monstrum «prodigio, portento» è ricollegabile sia al tema di monere «avvisare, ammonire», sia a monstrare «far vedere, presentare ad altri perché veda, esamini, osservi», nel senso di far conoscere qualcosa indicandola. Le più alte conoscenze teologiche e metafisiche dell’epoca, racchiuse e descritte nei bestiari, vengono divulgate, quindi diffuse tra il volgo, attraverso la scultura e la pittura.

La rappresentazione artistica, collegata alla tradizione orale, sostituiva il testo scritto per chi non vi aveva accesso. Sculture, dipinti, vetrate di edifici sacri erano veri e propri racconti per immagini.

Ma torniamo alla nostra sirena.

Nell’antichità greca, abbiamo detto, le sirene erano le cugine delle arpie*, uccelli con testa di donna.

La loro metamorfosi in creature marine, metà donna e metà pesce avviene attorno all’VIII secolo, nel Liber Monstruorum di autore anglosassone. In questi secoli cambiano di aspetto, ma mantengono il loro bel caratterino di ammaliatrici mortifere.

Nell’Odissea le sirene attiravano sulla loro isola i naviganti con il canto per poi divorarli. Ulisse, curioso, si fece legare all’albero maestro e fece tappare le orecchie con la cera ai suoi marinai per ascoltarne il canto e uscirne indenne.

Erano già accostate all’ambiente marino e l’ipotesi più accreditata è che, nell’evoluzione del mito delle rappresentazioni medievali, furono adattate anche nell’aspetto a quell’ambiente.

Ma perché due code?

Le due code sono divaricate. La sirena nel Medioevo, così rappresentata, è un chiaro simbolo sessuale che funge da monito per i fedeli cristiani avvertendoli di resistere alle tentazioni, ma lo fa attraverso un evidente richiamo iconografico alle divinità nordiche femminili legate alla terra, alla fertilità e alla fecondità (Sheela-na-Gig o Freia).

Cosa succede in Italia tra la fine del II sec. e il 476 d.C.?

L’Impero Romano d’Occidente si sgretola progressivamente fino ad arrivare al crollo. In Italia, durante questo percorso, la cultura classica lascia il posto a una cultura latino-germanica per via delle popolazioni che, dapprima attraverso scorribande e successivamente attraverso vere e proprie migrazioni di popoli, sono arrivate dal Nord Europa.

Perché dico che la sirena bicaudata è affascinante?

Non è bella per i nostri canoni estetici e non incarna i simboli della femminilità contemporanea. Mi ammalia per la sua capacità di raccontarci a distanza di secoli la stratificazione culturale e sociale di cui è stata testimone e rappresentante. Mi affascina e quasi mi intenerisce pensare a quei teologi ed esegeti, massimi esperti del cristianesimo, che suggeriscono e approvano una rappresentazione pagana ai limiti dell’osceno per il loro monito. Trovo molto umano questo cerchio che si chiude e fa tornare e mette insieme tutto.

Questa sirena è il risultato di un “impasto” di nozioni naturalistiche, intrecciate con tratti leggendari, incrociate con memorie mitologiche e credenze popolari di più culture e religioni.

Questo, secondo me, dovrebbe rendere questa figura davvero magnifica agli occhi di chi la guarda inserita nella sua epoca e azzerando i pregiudizi.

Che io sappia, la maggior parte delle sirene bicaudate che vediamo oggi risalgono al periodo compreso tra il IX e il XII secolo, un’epoca in cui come donna, ma anche come uomo, non avrei mai voluto vivere, ma che da spettatrice curiosa e studiosa mi incuriosisce tantissimo. Tutto, anche se assume un valore universale, va riportato e rapportato all’epoca in cui è stato creato e guardato da lontano, con una specie di zoom che crea la distanza e rende più oggettivi.

Lo si fa per le fotografie di tanti anni fa che hanno fatto la storia, bisognerebbe imparare a farlo anche con i bestiari di tutte le epoche storiche 😉

 

*Arpie: considerate «donne alate dalla bella chioma» da Esiodo, divennero nel tempo mostri spaventosi dai corpi di avvoltoio: i loro volti rugosi, i loro artigli affilati, l’odore nauseabondo che spandevano erano simboli della siccità, della carestia e delle epidemie. Usate dagli dei per tormentare gli uomini, rifornivano senza posa gli inferi di morti, accanendosi soprattutto sui bambini. Pur non così presenti come le sirene, anche l’arte medievale continua a rappresentarle come immagini nefaste.

Riferimenti e fonti:

Luca Frigerio, Bestiario medievale Animali simbolici nell’arte cristiana, Àncora Editrice, Milano 2014

Enciclopedia e dizionario Treccani online

2019-12-12T10:50:58+00:00 12 dicembre, 2019|